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Casa Pangea a Calcutta ha i muri gialli ed è un tocco di gioia in questa città grigia.

Aspetto le ragazze che vengono per frequentare il corso di sartoria seduto sui gradini e le vedo spuntare da dietro l'angolo che ci divide dalla via principale: zoppicano a causa della poliomielite o sono accompagnate dalla sorella perché cieche. Salutano con il linguaggio dei segni perché sordo mute o hanno il corpo offeso da eventi ustionanti ma, avvolte nei sari più belli, tutte, sorridono.

Guardandole sembrano felici e in parte lo sono perché, qui, a Casa Pangea, hanno modo di trovare chi da loro gli strumenti per potersi lasciare alle spalle un destino infame. Imparano un lavoro, vengono inserite in gruppi d'ascolto e seguite psicologicamente. Sono accompagnate dai servizi sociali perché possano far valere i loro diritti e ricevere gratuitamente assistenza sanitaria oppure i tutori e le carrozzine; dopo aver imparato un lavoro grazie ai corsi di formazione professionale oppure dopo aver esposto un loro progetto lavorativo riceveranno un prestito cosi che potranno ottenere, attraverso l'indipendenza economica, riscatto sociale ma la cosa che mi sembra le renda più felici, è il fatto che siano tra amiche in un luogo dove non devono difendersi dalle maldicenze e dalle violenze.

Ci sediamo e sorseggiamo un tè, per me sempre aromatizzato allo zenzero, sanno che lo adoro e lo preparano senza che io debba domandare. Noto che una di loro ha delle escoriazioni e mi preoccupo. Mi racconta che per venire a Casa Pangea ha dovuto prendere un autobus. Superare gli alti gradini e, per lei, affetta da poliomielite a entrambe le gambe, non è cosa semplice. Mi dice che appena salita una donna l'ha urtata e lei è caduta picchiando la testa. Ha protestato ma, la signora, le ha risposto che la colpa era sua dato che aveva le stampelle ed era troppo ingombrante poi, dato che è disabile, avrebbe dovuto starsene a casa! La mia amica offesa e arrabbiata le ha risposto a tono dicendole: «Io avrò' anche le stampelle ma tu sei cieca!».

Ho accennato un sorriso alla sua battuta ma l'amarezza del gesto è stata più forte. Davanti al mio silenzio e al probabile sguardo attonito mi racconta che ha subito la violenza della noncuranza sin da piccolissima e, come tutte le altre ragazze che sono con noi nella stanza, è stata considerata oggetto asessuato utile per il piacere della carne dei suoi familiari e degli abitanti dello slam.

Segregata in 4 mq di casa senza poter mai uscire perché considerata frutto del malocchio o dei troppi peccati di sua madre ora che ha trovato a Casa Pangea delle amiche che l'hanno aiutata a credere in se stessa; ora che ha trovato la forza per sputare in faccia al suo destino; ora che sta imparando un lavoro e presto potrà aprire la sua sartoria grazie ad un prestito che Pangea le darà, non sarà uno stupido autobus e i suoi occupanti a fermarla.

Le osservo tutte restando in silenzio. Mi viene da piangere sapendo che è loro negato il sogno di poter avere una vita normale. Mi angoscia sapere che tra loro vi sono ragazze che sono state costrette alla sterilizzazione affinché non diano alla luce bambini frutto di attimi senza amore. Mi strugge il cuore immaginarle derise, insultate, gettate ma, proprio ora che tutto questo mi passa per la testa, sono loro che, inaspettatamente, intonano una canzone ritmandola su un tavolo di plastica riportando il sorriso sul mio volto.

Sono presidente di Fondazione Pangea e dovrei sapere quanto è importante il lavoro che facciamo ma, talvolta, sono i gesti e i momenti di condivisione che rendono vera ogni cosa e questo fa bene al cuore. I muri della facciata di Casa Pangea sono gialli e, credetemi, è in questo luogo s’incontrano i veri super eroi!

Voce: Luca Lo Presti, Presidente Fondazione Pangea Onlus
Fotografia: Ugo Panella
Music: Chris Zabriskie
Video by Antonio Lemma alterastudio.it